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> don Franco ALFANO > < ECUADOR 2001 > || °diario° ||  
 
FRANCO ALFANO 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
CINQUE PANI E DUE PESCI 
 
 
 
 
Diario di un’esperienza “missionaria” 
in Ecuador (America Latina) 
all’inizio del Nuovo Millennio 
 
 
 
 
 
 
 
 
Parrocchia Santa Maria delle Grazie   -   Angri 
 
 
 
 
 
 
…due angeli, messaggeri di Dio  
ci hanno detto: “Benvenuti in Ecuador!”. 
 
Quito, Procura Salesiana 
18 agosto 2001   ore 03.35 
 
    Che orario insolito per cominciare ad appuntare qualcosa riguardo a  
un’esperienza che ancora non posso definire precisamente nei suoi dettagli! È  
notte fonda e qui attorno a me si sente solo il silenzio: dormono i miei  
compagni di viaggio, che condividono con me questa terza “spedizione” in Ecuador  
(per Anna è la prima volta, Nunzia c’è già stata nel ’97, Raffaele è venuto  
anche nel ’93); dormono i Padri Salesiani che ci ospitano qui nella capitale,  
prima che intraprendiamo il nostro itinerario “missionario” con il quale ci  
spingeremo fino all’inizio della foresta amazzonica (partiremo tra circa tre ore  
per Cuenca con un aereo locale); dorme l’intera città o quanto meno è calata la  
quiete su questo enorme ammasso di abitazioni che si presentano molto bene solo  
in alcuni quartieri centrali, ma che si trasformano in veri e propri tuguri  
lungo l’immensa periferia distribuita sulle alte cime che circondano tutto  
l’altopiano situato a ben duemilaottocento metri sul livello del mare. Dormono  
proprio tutti? Chissà! 
    La mia “veglia” notturna è dovuta molto probabilmente al fatto di non  
essermi ancora abituato, dopo appena due giorni, al cambiamento di orario con le  
sue sette ore di differenza, alle variazioni di clima e soprattutto di  
alimentazione; e poi, in effetti, le mie solite sei ore di sonno non le ho  
perdute affatto. Ma dove stanno dormendo quei due bimbi che ci hanno seguito  
ieri mattina, mentre facevamo una passeggiata per una delle vie più famose e  
turistiche di Quito, senza lasciarci nemmeno un istante? Lui forse aveva nove o  
dieci anni, ma ne mostrava appena cinque o sei, con il naso che colava, qualche  
straccio addosso e purtroppo già da tempo “educato” a chiedere qualcosa ai  
passanti, soprattutto agli stranieri così numerosi nella famosa via “Amazonas”,  
con quel sorriso venato di sofferenza che ti si inchioda dentro per molte ore.  
Lei, forse la sorellina, ancora più piccola di statura quasi da sembrare una  
bimba di appena due o tre anni (ma ne avrà avuti di sicuro cinque o sei), si è  
aggiunta di corsa quando è stata chiamata da lontano dal ragazzo e non si è più  
staccata dalle gambe di Raffaele se non quando si sono lasciati tutti e due  
riprendere dalla telecamera e hanno potuto rivedersi subito dopo in  
quell’improvvisato … film di cui erano stati nientemeno che protagonisti. Quanto  
stupore nei loro occhi, quanta gioia!  
    Io non so dove dormono questa notte, non so se il loro letto è caldo come  
il mio (due coperte di lana e un piumone), non so se la loro cena è stata  
abbondante come quella che ci è stata offerta qui nella casa che ci ospita.  
Sento tuttavia che essi sono stati per me come due angeli, messaggeri inviati da  
Dio a rappresentare una schiera spaventosamente lunga di fratelli e sorelle  
povere, che attendono di essere restituiti alla loro dignità di esseri umani e  
messi in condizione di costruire da soli il proprio futuro. Dovunque siate,  
carissimi e piccoli amici di cui ignoro persino il nome, io vi ringrazio per la  
vostra … squisita accoglienza e per il messaggio che ci avete consegnato, pur  
senza esserne ancora coscienti. Non poteva esserci modo più inquietante e forte  
di dirci: “Benvenuti in Ecuador!”. 
 
 
 
 
Bomboiza, Misiòn Salesiana 
19 agosto 2001   ore 21.25 
 
    Ed eccomi di nuovo nella foresta: chi l’avrebbe mai detto! Questi luoghi mi  
appaiono così familiari fin quasi a meravigliarmi: usanze, costumi, paesaggi,  
difficoltà di ogni tipo … tutto sembra addirittura che mi appartenga da lungo  
tempo, fino allo straordinario cielo stellato con cui si conclude il primo  
giorno vissuto interamente alla Missione. Dovrei qui accennare al viaggio lungo  
e pericoloso che da Cuenca, la città più importante del Sud del paese, ci ha  
portati fin qui: sei ore abbondanti per percorrere un tratto di strada di poco  
più di centocinquanta chilometri, in una jeep che ha dovuto superare gli  
ostacoli inimmaginabili di una strada fatta tutta di pietre e fango e di una  
nebbia fittissima, che ci ha accompagnati per più di un’ora mentre salivamo  
oltre i quattromila metri per superare la cordigliera ed entrare nell’Oriente,  
come qui viene chiamata la regione in cui inizia la foresta amazzonica. Dovrei  
poi riferire dei disagi con cui siamo stati accolti alla Missione: a parte il  
terremoto che ci ha preceduti di poche ore senza per fortuna arrecare gravi  
danni, ciò che maggiormente ci ha messi a dura prova è la mancanza di acqua  
nelle camere (chiamiamole così!) dei Padri Salesiani in cui siamo stati ospitati  
Raffaele e io, mentre Anna e Nunzia sono state accolte nell’abitazione delle  
suore. Ci è stato consigliato persino di non fare la doccia con quel poco di  
acqua che arriva solo in certi momenti della giornata e che è “sucia”, cioè  
sporca: non mi era mai capitato di dovermi lavare con acqua conservata in una  
bottiglia di Coca Cola!  
    Dovrei infine riferire dei tanti piccoli (o grandi?) drammi personali e  
sociali che ci sono stati subito messi dinanzi: la situazione degli ospedali,  
che funzionano solo se sono privati o meglio ancora affidati ai militari, mentre  
in quelli statali – ci ha riferito triste e quasi rassegnato Gugliemo,  
collaboratore dei Salesiani e nostra guida a Quito – letteralmente “si muore”;  
la sicurezza sulle strade, ancora così mal messe e mal servite, tanto quasi da  
non suscitare scalpore la notizia riferitaci da P. Angelo a Cuenca di un autobus  
precipitato in un burrone e pieno di feriti, tra cui una sua sorella, poiché  
questo accade spessissimo; la contaminazione provocata dalla “gasolina” (la  
benzina), che pur essendo molto meno cara che in Italia è piena di piombo e  
lascia un pessimo odore tale da rendere l’aria irrespirabile ovunque; la  
“dollarizzazione” che ha reso ancora più povero questo popolo, già segnato da  
gravissime difficoltà economiche. E poi, che dire dei militari che hanno di  
fatto il potere tra le mani, se pure non in forma ufficiale e riconosciuta  
legalmente? Quanti giovani e ragazzi ho visto stamattina alla fiera in  
Gualaquiza, il centro più grande della zona dove abbiamo celebrato l’Eucaristia:  
tutti mostravano orgogliosi le armi con cui sconfiggere il “nemico”, lasciando  
incantati tanti e soprattutto i più piccoli. Non finirei più se volessi elencare  
quanto ho potuto vivere già tanto intensamente in così poco tempo. 
    Preferisco invece questa sera, prima di andare a letto per cercare di  
abituarmi all’orario differente (ma la notte scorsa tutti e quattro eravamo già  
svegli fin dalle tre o forse anche prima), ricordare dei nomi, ciascuno dei  
quali è strettamente legato a un volto e a una storia. Padre Angelo, che abbiamo  
rivisto con tanta gioia e chi ci ha raccontato le sue sofferenze, legate non  
solo alla perdita di persone care ma anche allo smarrimento dei giovani, molti  
dei quali si mostrano decisi ad abbandonare il proprio paese ed emigrare negli  
Stati Uniti o in Europa pur di trovare lavoro. Padre Ambrosio, un vecchio  
missionario che è stato pioniere proprio qui in Oriente quando ci si arrivava –  
se si arrivava! – solo con la mula e che ora aspetta con serenità sorprendente  
l’esito dei risultati medici riguardo a un presunto cancro con cui, così mi ha  
detto chiedendomi una preghiera, prepararsi all’incontro ultimo con Dio e a quel  
riposo che qui sulla terra non ha ancora conosciuto. Padre Segundo, che con il  
suo modo di fare e, prima ancora, di essere mi appare proprio come “parola  
vivente di Dio”, sia quando si fa premuroso fin nelle piccole cose per offrirci  
la migliore accoglienza sia quando lo osservo mentre incontra le persone nello  
svolgimento del suo ministero e offre a tutti indistintamente la stessa  
disponibilità e sia soprattutto quando penso alla povertà che vive con amore e  
addirittura con discrezione, perché i suoi fratelli poveri non si sentano offesi  
e umiliati. Padre Richard, giovanissimo sacerdote, con cui ho iniziato solo  
questa sera dopo i Vespri a scambiare qualche parola e già mi è sembrato pieno  
di vita e di entusiasmo, così come appare durante tutto il giorno quando è preso  
dai suoi mille impegni al servizio soprattutto dei giovani e dei ragazzi che  
durante l’anno vivono qui alla Missione. Silvio, uno di questi, timido  
quindicenne che aspettava solo che io gli sorridessi per mostrarmi tutto il suo  
affetto e la sua voglia di vivere con dignità l’appartenenza al popolo Shuar,  
come mi ha fatto percepire mentre cantavamo insieme nella sua lingua durante la  
celebrazione eucaristica che questo pomeriggio P. Segundo ha presieduto in una  
comunità nel cuore della foresta, distante da qui solo poco più di mezz’ora. Le  
due persone che mi hanno chiesto di confessarsi, aprendomi il cuore e  
permettendomi di entrare almeno un po’ nei loro difficili problemi. E poi ancora  
Franklin e Alberto e Maria Patricia, tre fratelli rispettivamente di dodici,  
dieci e nove anni (ma ne mostravano, come sempre, molti di meno), che prima  
della Messa nella povera cappella mi hanno espresso il desiderio di andare anche  
loro alla scuola shuar presso la Missione di Bomboiza. Come in una lunga litania  
dei santi, tutti costoro passano davanti ai miei occhi e mi accorgo che sono  
entrati un po’ anche nel mio cuore, per tener compagnia ai tanti che già vi  
abitano e che certo non posso dimenticare neppure ora. 
    Così concludo questa giornata. Cosa può fare il cuore dell’uomo, quando si  
apre per accogliere il fratello il quale chiede nient’altro che di essere amato!  
Non inizia così quel mondo nuovo che Gesù è venuto a inaugurare e che spesso ci  
sembra tanto lontano solo perché non siamo disposti a vivere come Lui? Come è  
vera ed espressiva la frase di S. Giovanni Bosco riportata nella cappellina  
della Missione, dove oggi mi sono fermato a lungo in silenzio davanti al  
Signore, e che in spagnolo risulta ancora più incisiva: “Nosotros estamos en  
este mundo por los demàs”. Noi stiamo in questo mondo per gli altri!: cos’altro  
potrebbe mai rendere la vita più bella? 
 
 
 
 
Bomboiza, Misiòn Salesiana 
20 agosto 2001   ore 21.25 
 
    Anche stasera il mio ricordo va alle persone che oggi ho incontrato e che  
mi hanno arricchito con la loro testimonianza. Due in particolare mi hanno  
segnato e fortemente interpellato, due “amici” così diversi per età e per  
sensibilità.  
    Il primo è il signor Tarcisio Battocchio, un italiano originario di Bassano  
del Grappa, da sempre legato alla famiglia salesiana e da ben quarant’anni (ora  
ne ha sessantotto) qui in Ecuador come collaboratore nella Missione: una persona  
simpaticissima, dedita al lavoro agricolo della casa di cui è responsabile (dal  
riso al frumento fino alla cura delle tante centinaia di galline con cui si  
cerca di provvedere al cibo dei numerosissimi ragazzi ospiti durante quasi tutto  
l’anno), ancora pieno non solo di energia fisica ma soprattutto di entusiasmo e  
di generosità. Insomma un uomo che ha fatto della sua vita un dono senza limiti  
e continua a non risparmiarsi anche ora che non sta più tanto bene in salute:  
sono sicuro che il segreto di tanta sorprendente e allegra vitalità sia  
custodito nei momenti della preghiera comunitaria, che i missionari hanno di  
mattino alla sei e trenta e di sera alle diciannove e che Tarcisio vive con  
fedeltà e profondità, nella concretezza quasi rude che lo caratterizza e che,  
invece di allontanarlo, lo avvicina sorprendentemente a chiunque incontra come  
se lo conoscesse già da tempo. 
    L’altro è Luis, un giovane colombiano che ha trascorso alcuni mesi qui alla  
Missione prima di intraprendere la strada della preparazione alla consacrazione  
nella famiglia salesiana: affascinato dall’ideale che ha incontrato, come mi ha  
confidato questa mattina mentre familiarizzavamo un po’, vorrebbe non solo  
diventare prete e dedicarsi all’educazione della gioventù, che nel suo paese  
facilmente è preda della guerriglia e dei narcotrafficanti, ma addirittura  
scegliere la vita missionaria, che ha potuto assaporare almeno un poco in questi  
mesi trascorsi qui a stretto contatto con il popolo Shuar. Ci ha salutati questa  
sera a Messa, prima di affrontare in autobus un viaggio da far accapponare la  
pelle solo a pensarci: tutta la notte per arrivare a Cuenca e poi altre nove ore  
per Quito, da dove in aereo ritornerà finalmente a Bogotà. Il Vangelo che  
abbiamo letto era quello del giovane ricco e Luis lo ha commentato all’omelia  
raccontando la sua esperienza vocazionale: mi ha colpito soprattutto la sua  
gioia, anche se provata da varie difficoltà, mentre invocava la forza dello  
Spirito per liberarsi da tutte le sicurezze umane e poter seguire Gesù in modo  
radicale, servendolo nei poveri da povero. Gli ho augurato, prima di andar via,  
un buon viaggio non solo per le prossime ore che lo aspettano ma specialmente  
per la vita intera che vuole offrire a Dio e ai fratelli senza tenere nulla per  
sé. Ho pensato ai nostri seminaristi e ho chiesto nel mio cuore al Signore che  
li riempia dello stesso entusiasmo, senza il quale nessuna scelta radicale è  
realmente possibile.  
    Quanti giovani anche da noi potrebbero dare alla propria vita un senso  
pieno e forte se noi adulti e gli stessi anziani fossimo tutti più coerenti e  
fedeli alle scelte fatte all’inizio del nostro cammino? Ne va non solo della  
nostra realizzazione, ma del futuro della Chiesa e della società. Tanti  
aspettano di essere accolti e voluti bene sul serio come Silvio, il ragazzo  
Shuar con cui ieri avevamo cantato insieme e che oggi è ritornato a casa dopo la  
settimana di “vacanze” passata qui alla Missione: a casa non troverà né acqua né  
luce ma porterà – lo spero tantissimo – un po’ di quell’affetto che ho cercato  
di comunicargli quando, vincendo la sua timidezza, ci siamo salutati. Ti  
ringrazio, Silvio, perché per mezzo tuo questa sera anch’io mi sento più  
contento e pronto ad offrirmi ancora di più a chi mi chiede un po’ di amore. Il  
mio arrivederci (“hasta luego”, in spagnolo) ti ha fatto sorridere, ma io so che  
ti rivedrò ogni qualvolta saprò donare un sorriso sincero e grato come quello  
che tu mi hai regalato e che in questa notte piovosa mi riempie di quella gioia  
che solo chi ama può sperimentare! 
 
 
 
 
Bomboiza, Misiòn Salesiana 
21 agosto 2001   ore 21.45 
 
    Forse dovremo andar via da Bomboiza al più presto! La nostra presenza qui  
risulta non tanto sicura e ancor più quella di P. Segundo e di P. Richard. Si  
chiude così una giornata passata nell’attesa che tornasse il sole per poter  
visitare un villaggio distrutto da una recente inondazione, ma la pioggia non si  
è fermata neppure un istante notte e giorno, anzi pare che ora stia addirittura  
diventando più fitta. Ciò che maggiormente mi aveva colpito, soprattutto durante  
il pranzo, era il viso teso e preoccupato di P. Segundo: l’ho attribuito alla  
preparazione dell’incontro pomeridiano di alcuni sacerdoti con il Vescovo qui  
alla Missione, ma mi sbagliavo completamente. Nel pomeriggio, approfittando di  
una pausa della pioggia, che nel frattempo si era fatta veramente sottilissima e  
persino piacevole, sono andato con Raffaele a fare quattro passi attorno alla  
nostra abitazione, essendo rimasti fermi per tutta la giornata. Quando siamo  
tornati, dopo circa un’ora e mezza in cui ci siamo inoltrati almeno un po’ in  
questo meraviglioso angolo della terra dove la natura favorisce immediatamente  
il recupero delle energie fisiche e spirituali, siamo stati informati prima da  
Nunzia e poi dallo stesso Vescovo dello stato di grande ansia in cui P. Segundo  
era rimasto per tutto il tempo della nostra assenza: senza saperlo, abbiamo  
corso il pericolo di qualche azione punitiva da parte di una famiglia shuar che  
ha invaso il territorio della Missione (così grande da estendersi per quasi  
quattrocentocinquanta ettari) e che ora pretende di restarvi, reclamando come  
sua proprietà il luogo su cui ha già costruito alcune case. Che pena mi ha fatto  
sentire P. Segundo raccontare tutta la storia nella quale si trova coinvolto e  
per la cui difficile soluzione non si intravede ancora uno sbocco. Ci potrebbe  
essere, sia per lui che per P. Richard, addirittura il pericolo di un rapimento,  
ma egli non vuole ricorrere alla forza, perché in ogni caso si sente loro padre  
e … fratello! Solo così il mio cuore si è calmato un poco quando, sia nella  
liturgia dei Vespri con la piccola comunità dei Missionari che nella  
celebrazione dell’Eucaristia con i giovani e le ragazze Shuar presenti in questi  
giorni alla Missione, l’ho sentito invitare con fermezza alla preghiera perché  
il Signore ci aiuti tutti in questo momento piuttosto delicato e difficile. In  
modo speciale mi ha colpito, fino alla commozione, la sua esortazione a non  
cedere alla tentazione dell’odio e del ricorso alla forza, mentre ricordava le  
parole di Gesù che chiede di amare “i nemici” (P. Segundo li chiama “i nostri  
vicini”: che bel termine!) e di pregare per loro. Non so cosa succederà nei  
prossimi giorni, ma quanto abbiamo vissuto in queste ultime ore mi dà la  
possibilità ancor più di rendermi conto delle tante e gravi difficoltà che  
comporta la vita missionaria, qui come in ogni altra parte del mondo. Se  
vogliamo rimanere fedeli al Vangelo dobbiamo rifiutare ogni compromesso e  
accettare anche la possibilità del rifiuto o persino della vendetta dinanzi  
all’offerta del bene.  
    La serenità con cui questa sera ti sei trattenuto a lungo (forse anche per  
tranquillizzarci un po’!), discorrendo sulla mentalità e sulle problematiche del  
mondo Shuar, mi riempie di fiducia e di speranza: ti stimo dal profondo del  
cuore, carissimo “fratello e padre” Segundo, e ti accolgo come un gran dono di  
Dio nella mia vita di prete chiamato ad essere come Gesù “segno di  
contraddizione” per la fedeltà a Dio e agli uomini. Per la tua forte  
testimonianza mi sento un po’ più forte anch’io. Com’è bello incontrare un “uomo  
di Dio” che ama i suoi fratelli fino a dare, giorno per giorno e …  
concretamente, la vita per loro! 
 
 
 
 
Bomboiza, Misiòn Salesiana 
22 agosto 2001   ore 21.05 
 
    Si parte! Ci aspetta un viaggio di circa sette ore per arrivare a Macas  
dove, se abbiamo capito bene, saremo ospiti del Vescovo. Ma non è questo che ci  
preoccupa. Le cose alla Missione si mettono veramente male. Da stamattina la  
casa è continuamente sorvegliata da un soldato molto giovane, armato. Il P.  
Richard è partito pochi minuti fa e ritornerà solo domenica o addirittura  
martedì della settimana prossima: per arrivare a Quito, dove lo aspettano per un  
progetto di sviluppo scolastico – ma perché proprio ora e così in fretta? –  
dovrà viaggiare in autobus per ben diciotto ore! Il cooperatore, esperto in  
zootecnia, arrivato appena una settimana fa, riparte per la sua provincia, Loja,  
domani stesso. Rimarrà solo il sig. Battocchio, che alla fine della preghiera  
dei Vespri ha commentato scherzando sul suo ultimo viaggio, quello che farà per  
assicurarsi davanti al Padreterno un degno successore. P. Segundo non sa se  
potrà rimanere con noi nei prossimi giorni: quasi sicuramente dovrà ritornare  
alla Missione (di nuovo un viaggio, lungo e faticoso) per affrontare la  
situazione che, ci ha confidato questa sera dopo la celebrazione  
dell’Eucaristia, si sta mettemdo proprio male. 
    Non abbiamo capito bene perché il problema sia tanto grave e nemmeno perché  
questa famiglia insista tanto nel non volersi spostare dalla terra che ha  
indebitamente occupato, anche se ieri sera lo stesso P. Segundo ci spiegava che  
si tratta di otto fratelli, ciascuno – s’intende – con moglie e figli, che  
potrebbero entrare in lite fra di loro e creare così un preoccupante precedente  
anche in altre Missioni. Non so cosa pensare. Confesso di sentirmi confuso e  
smarrito più che impaurito. La mia mente e il mio cuore vanno ostinatamente a  
questa gente, che corre il rischio di perdere tutto: identità, cultura e …  
terra. È un problema questo che non riguarda solo il popolo Shuar, ma tutti i  
popoli indigeni dell’America Latina. Mi fa tanta pena e anche un po’ di rabbia  
il fatto che, andando avanti così le cose, prima o poi saranno costretti a  
scomparire!  
    Scorrono davanti ai miei occhi i volti dei bambini che abbiamo incontrato  
oggi, visitando un centro Shuar raggiungibile solo in canoa e che circa due mesi  
fa è stato distrutto da una forte inondazione del fiume Zamora. Ripenso a quel  
ragazzo privo di un occhio, ai tanti con la pancia gonfia, ai più piccoli con  
una tosse preoccupante, alla ragazzina che allo scambio della pace mi ha  
mostrato la sua mano piena di verrughe, alla bimba di quattro anni nata menomata  
e che mi fissava con uno sguardo spento. Non so se riuscirò a dormire questa  
notte, anche se dovrei sforzarmi di farlo perché alle quattro del mattino ci  
aspetta un duro viaggio. L’unica cosa che mi rasserena non poco è che,  
nonostante i nostri limiti e le tante contraddizioni anche dei cristiani  
investiti di responsabilità, Cristo è presente in mezzo ai suoi fratelli, siano  
essi bianchi o coloni o Shuar. La Messa che abbiamo celebrato lì, nel loro  
improvvisato centro, sotto una tenda militare, è molto più di un semplice rito  
religioso per invocare l’aiuto divino: è il segno, povero ma infallibile, che  
Dio è già lì e sta dalla loro parte. E noi? 
 
 
 
 
Macas, Casa del Vescovo 
23 agosto 2001   ore 21. 30 
 
    Ho dormito veramente poco la notte scorsa, e non solo per quanto portavo  
nel cuore dopo gli incontri che qui per la verità sono sempre così intensi e  
sconvolgenti! Fin dalle due, infatti, rumori di ogni tipo e un via vai di  
persone, amplificato come sempre dalla struttura della Missione tutta in legno,  
mi hanno svegliato di soprassalto e, ammetto, mi hanno messo un po’ di paura  
addosso. Non sapendo che fare e sembrandomi piuttosto indelicato domandare cosa  
stesse succedendo (P. Segundo è di una discrezione veramente unica!), sono  
rimasto a letto e ho cominciato a pregare, aspettando che si facesse ora di  
alzarsi. Quanti pensieri e quante emozioni! La vita di un missionario – ma non  
dovrebbe essere così anche per ogni prete e addirittura per ogni cristiano? – è  
veramente fatta di sacrifici e alimentata da una generosità instancabile, fino  
allo spendersi senza sosta pur di donarsi anche a coloro che non accettano o  
persino rifiutano di essere amati. Quello poi che i miei occhi hanno visto nelle  
ore successive sa veramente di straordinario: più di sette ore di viaggio  
attraverso una strada ritenuta migliore di quella per la quale eravamo giunti  
giorni fa a Bomboiza, ma che non ci ha affatto risparmiato stanchezza e disagi  
di ogni tipo; un’ora di riposo a metà strada presso  Limon, dove abbiamo potuto  
conoscere i familiari di P. Segundo, gente semplice e molto modesta, ma  
accogliente e sinceramente religiosa, fino a procurare in me un moto di  
commozione quando la sua mamma, che ha ben ottantasette anni, mi ha chiesto la  
benedizione (non sono piuttosto io ad avere invece bisogno non solo di quella di  
suo figlio ma proprio della sua, senz’altro pregna di una esistenza vissuta  
nella fedeltà a Dio e alle persone che dalla Sua provvidenza le sono state  
affidate?); un’altra ora di pausa forzata, a causa di lavori in corso lungo la  
strada, quando oramai eravamo quasi giunti alla meta e mancava poco più di  
un’ora all’arrivo (ma qui succede spesso così): quello che più impressiona è che  
nessuno si lamenta, anzi molti si incuriosiscono nel seguire le varie fasi delle  
operazioni in corso. Noi poi nel pomeriggio ci siamo concessi un po’ di meritato  
riposo e solo dopo esserci ripresi siamo andati anche a visitare la piccola  
cittadina, capoluogo di provincia … ma come tutto è relativo al contesto in cui  
ci si trova! P. Segundo, invece, è dovuto andar via per partecipare a un  
incontro con la Federazione Shuar e altri operatori pastorali sui gravi e  
numerosi problemi che attanagliano in questo momento tale numeroso gruppo  
indigeno (circa sessantamila persone!) da ogni fronte: il sorriso che ha sempre  
sulle labbra e, come dice Anna, anche negli occhi è enormemente comunicativo, in  
quanto manifesta un animo sempre pronto a darsi letteralmente da fare per gli  
altri. Che lezione! 
    Nella Messa, che abbiamo celebrato qui nella cappella privata del Vescovo  
solo noi quattro (ma portavamo con noi – almeno così mi è sembrato, fin quasi a  
mancarmi le parole o il fiato per pronunciarle! – tutta la nostra comunità e  
quanti stiamo incontrando in questi giorni), abbiamo pregato non solo per il  
nostro “progetto Ecuador” ma per quanti qui in prima persona si spendono per i  
più poveri. Verrà il giorno in cui gli “ultimi della Terra” saranno finalmente  
non più tanto i destinatari, ma finalmente i veri protagonisti della loro  
storia? Non lo so, ma se tutti questi sforzi non sono vani – e come potrebbe, se  
nascono dall’amore per Cristo? – io questa notte, nonostante la stanchezza che  
il mio corpo ormai mi segnala con insistenza, ne intravedo già l’alba e gioisco.  
Non sarà questo il centuplo che Gesù ha promesso a quanti lasciano tutto per  
seguire Lui? 
 
 
 
 
Macas, Casa del Vescovo 
24 agosto 2001   ore 05.15 
 
    Il riposo è stato più che sufficiente, anche perché la struttura in  
muratura in cui siamo ospitati mi ha fatto sentire quasi nel mio ambiente  
naturale: come è difficile adattarsi alle condizioni di vita di chi è privo di  
quelle comodità di cui è pieno, nonostante tutte le apparenze contrarie, il  
nostro mondo occidentale. I miei occhi si sono aperti quando era ancora buio, al  
suono dell’orologio della Casa, e immediatamente ho sentito di nuovo nel cuore  
quella gioia inspiegabile che già ieri sera mi aveva inondato l’animo. Sarà  
forse l’incontro con il Vescovo, un missionario italiano oramai in Ecuador da  
più di quarant’anni?  
    Egli, in effetti, non solo ci ha messo immediatamente a nostro agio, ma  
trattandoci da vecchi amici ci ha confidato le sue gioie e le sue ansie di  
pastore. Deve, in realtà, servire un’intera regione, Morona Santiago, molto  
estesa e piena di risorse: l’Oriente infatti è ricco non solo di vegetazione,  
con fiori e frutti di ogni tipo, ma anche di acque, con abbondanza di pesci e di  
minerali preziosi tra cui anche l’oro. Non mancano tuttavia i problemi, legati  
soprattutto a una politica debole e corrotta che imperversa da anni in tutto il  
Paese, mettendo in serio pericolo la fragile democrazia, già così instabile se  
dalla nostra ultima visita di cinque anni fa si sono alternati ben quattro  
presidenti della repubblica! Non ne parliamo poi dei problemi economici,  
aggravati per una gestione vergognosamente spudorata del denaro dei privati da  
parte delle banche. Insomma – ci spiegava ancora il Vescovo nella sua jeep,  
mentre lo accompagnavamo a visitare un gruppo di giovani volontari venuti da  
Cuenca per aiutare a costruire una cappella – la conclusione è che molti vanno  
via e preferiscono emigrare, sperando così di poter guadagnare molto denaro  
utile per costruirsi qui una casa e potervi trascorrere tranquilli almeno gli  
ultimi anni di vita. 
    Come mi sono sentito umiliato in quanto italiano quando, parlando ai  
giovani, il Vescovo ha riportato la notizia di qualche giorno fa che molti  
Ecuatoriani emigrati in Italia stanno per essere rimandati via dal governo: la  
lunga fila di persone che vedemmo a Quito davanti all’ambasciata statunitense mi  
fa pensare ai tanti che emigrarono dall’Italia all’inizio del secolo scorso e  
che hanno contribuito anch’essi, con il loro sacrificio, allo sviluppo del  
nostro Paese. Quanto è importante una politica attenta ai bisogni di tutti e in  
modo particolarissimo alle esigenze dei più poveri della Terra! Del resto, la  
povertà di questi paesi non è dovuta anche all’indebitamento con i paesi ricchi?  
Dunque, pur senza voler superficialmente semplificare una realtà molto  
complessa, la loro povertà è strettamente dipendente dalla nostra ricchezza. È  
proprio un sogno impossibile un mondo più giusto ed equo, dove i popoli si  
riconoscono fratelli e si aiutano reciprocamente, camminando insieme sui  
sentieri della pace e della libertà? So bene che occorre lottare contro tanti  
pregiudizi e superare numerosissimi ostacoli che i vari sistemi sociali  
“moderni” producono, ma so anche che il grido dei poveri risuona forte nelle  
orecchie dell’umanità intera e non lascia tranquilli quando lo si ascolta, anche  
se solo per un attimo. Nella misura in cui potranno vivere con dignità e  
nell’uguaglianza, saranno essi a riportare nel mondo quella gioia di vivere che  
sembra a volte irrimediabilmente scomparsa … come sono stati essi – e ora lo  
capisco bene e gliene sono infinitamente grato – a riempirmi il cuore di  
speranza per l’amore con cui mi sono sentito accolto e voluto bene già in questi  
primi giorni di viaggio. 
    Mi domando se queste sono solo emozioni di un idealista che vive fuori dal  
mondo o se invece non sia proprio questa la via da percorrere a tutti i livelli  
per costruire un futuro finalmente nuovo e bello. Ma allora perché non diamo la  
possibilità ai più poveri di arricchirci veramente con tutto ciò che hanno  
conservato nel cuore, nonostante le pesanti sofferenze che a causa nostra hanno  
dovuto subire e ancora segnano la loro esistenza? 
 
 
 
 
Yaupi, Misiòn Salesiana 
24 agosto 2001   ore 21.30 
 
    Siamo in piena foresta, lontano dal mondo cosiddetto civile. E ho come la  
sensazione che proprio ora comincia la parte più interessante e importante del  
nostro viaggio. Ecco spiegata l’inquietudine di ieri sera, quando P. Segundo ci  
ha proposto davanti al Vescovo di venire in questa Missione per rimanerci fino a  
lunedì prossimo. Un’intuizione, niente di più preciso e definito; tuttavia, per  
me è stata come una certezza che qui ci stesse aspettando ciò che forse senza  
saperlo stavamo da giorni cercando. 
    Già arrivare a Yaupi è un problema non facile: a piedi ci vorrebbero  
diversi giorni, perché occorre attraversare la cordigliera del Cutucù. Noi siamo  
venuti con una “avioneta” dei Padri Salesiani, piccolo aereo con soli cinque  
posti che in mezz’ora ci ha portati fino a questo … angolo di paradiso. Sì,  
perché qui la natura è veramente rigogliosa e addirittura affascinante: alberi  
di ogni tipo, fiori straordinari, farfalle gigantesche dai colori bellissimi, un  
fiume che scorre rapido proprio qui accanto e dove, come abbiamo fatto noi nel  
pomeriggio, ci si può bagnare in un’acqua limpida e fresca che ridà  
immediatamente vita ed energia. Ma quanta povertà attorno a noi! La stessa  
Missione è vecchia e malandata. Scrivo questa notte nella “camera da letto”  
dell’unico Padre che qui vive e che ora è in giro a visitare alcuni centri  
Shuar, distanti da qui ben tre giorni di cammino: non c’è nella camera  
assolutamente niente oltre naturalmente al letto, a un tavolo con una sedia, a  
un appendipanni (tutto in legno, ovviamente, come l’intera struttura) e a un  
vecchio specchio che dà tuttavia all’insieme un tocco di dignità. La luce è  
fioca, non essendoci qui energia elettrica ma solo alcuni pannelli solari che  
sfruttano la luce del sole, forte durante tutto il giorno con temperature che  
superano i quaranta gradi. Il cibo, a parte quello prodotto nella stessa  
Missione (verdura, frutta, galline, l’immancabile “yuca”, ecc.) viene da Macas  
con l’ “avioneta”, il cui volo di andata e ritorno – ci spiegava Sr. Gladis,  
superiora della casa, che siamo andati a prendere con un cammino di tre ore  
sotto il sole cocente e con i piedi immersi nel fango per buona parte del  
tragitto – costa quanto lo stipendio mensile delle tre suore che insegnano nella  
scuola della Missione. Non c’è alternativa se non la canoa, molto più economica,  
ma chi trasporterebbe poi tanti quintali di provviste per sentieri come quelli  
che noi oggi abbiamo sperimentato tornando a casa letteralmente sfiniti?  
    Non ne parliamo dei problemi legati alla salute. Ci sono molte malattie,  
soprattutto l’anemia e la denutrizione infantile, che in molti casi diventa  
perfino mortale: gli Shuar, infatti, mangiano solo “yuca” e “platano” (un  
particolare tipo di banana, dal gusto molto diverso da quella che arriva sulle  
nostre tavole), mentre fanno uso di carne e pesce solo quando capita. E che dire  
della sorte di tante ragazze, che già a dodici o tredici anni restano incinte o  
tentano l’unica strada di facile guadagno che il “mondo civile” offre loro, la  
prostituzione? Quanta miseria, materiale e morale! La nostra cena insieme alle  
tre suore presenti (la quarta è fuori per un po’ di riposo) è stata molto  
modesta ed essenziale: brodo con carne di anatra, formaggio, “yuca” e insalata,  
ma soprattutto ha significato per me entrare, almeno un poco, nei panni non dico  
dei più poveri ma certamente dei più fortunati tra di essi. 
    Non so cosa succederà nei prossimi giorni, ma qui sto ascoltando la voce di  
Dio, che mi chiede conto del mio fratello. Vado a letto con l’animo colmo di  
speranza: sono certo che non siamo arrivati qui per caso e nemmeno solo per …  
riposare un po’ in un luogo così bello. Qui, proprio qui, il nostro “progetto  
Ecuador” sta per subire – in un modo che cercheremo di chiarire nei prossimi  
giorni – una svolta decisiva, come sempre accade quando non solo ci si mette al  
fianco dei più poveri ma, per quanto è possibile, si entra dentro la loro  
realtà. Cambia qualcosa di sicuro, ed è quello che chiedo al Signore, che “da  
ricco che era, si è fatto povero” (2 Cor 8, 9), per la mia vita di prete e per  
la mia comunità parrocchiale: condividere quello che abbiamo ricevuto perché non  
ci appartiene, siano anche solo “cinque pani e due pesci!” (Mt 14, 17). 
 
 
 
 
Yaupi, Misiòn Salesiana 
25 agosto 2001   ore 07.10 
 
    Una preghiera intensissima quella di questa mattina! Immerso nella natura,  
dopo essere stato svegliato dalla primi luci dall’alba che penetravano nella  
camera dalle fessure del legno, la preghiera è sgorgata dal cuore ancora segnato  
dalle sofferenze di questa gente, ieri raccolte nei vari racconti ascoltati.  
L’Ufficio delle Letture oggi propone un testo di Isaia (37, 21-35) che assicura  
la sovranità del Signore su tutta la terra e la sua speciale predilezione per i  
più poveri. Il brano di S. Ambrogio poi (dal “Commento sui Salmi”) ricorda con  
forza che Cristo è l’unico salvatore e che in Lui tutti gli uomini di ogni parte  
della terra sono purificati e riconciliati con il Padre. Che cosa straordinaria  
e, per certi versi, nuova meditare queste pagine proprio qui, dove sembra che  
nessuno più si ricordi di quest’angolo del mondo se non per le sue bellezze  
naturali.  
    Mentre poi ho iniziato la preghiera delle Lodi il sole ha incominciato a  
risplendere e a indorare tutto il creato che mi circonda. Il mio animo si è  
aperto al ringraziamento e alla contemplazione. Già l’Inno mi ha guidato prima  
nella contemplazione del creato: “L’aurora inonda il cielo di una festa di luce,  
e riveste la terra di meraviglia nuova”; poi nel discernimento dei segni di Dio  
nella storia umana: “Fugge l’ansia dai cuori, s’accende la speranza: emerge  
sopra il caos un’iride di pace”; finalmente nella speranza certa di un futuro di  
liberazione e di vita: “Così nel giorno ultimo l’umanità in attesa alzi il capo  
e contempli l’avvento del Signore”. 
    I Salmi poi – ma non è sempre così quando ci si lascia condurre dallo  
Spirito nella preghiera? – sembravano scritti e scelti proprio per me in questa  
particolarissima situazione che sto vivendo. Il Salmo 91 afferma che “è bello  
dar lode al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo, annunziare al mattino il  
tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte … Come sono grandi le tue opere,  
Signore … tu sei l’eccelso per sempre”: tutto qui attorno a me innalza questo  
inno di lode al Creatore, a cui anch’io mi associo naturalmente e quasi senza  
fatica. Il Cantico di Ezechiele, invece, mi ha rimandato alla promessa del  
Signore di ricondurre il suo popolo nella propria terra: “vi radunerò da ogni  
terra e vi condurrò sul vostro suolo … Abiterete nella terra che io diedi ai  
vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”; è una promessa  
che si avvererà per il popolo di Israele ancora senza pace, per il popolo Shuar  
alle prese con il grave problema della terra (che pian piano gli viene tolta sia  
dai coloni che vengono ad abitarvi sia con il disboscamento selvaggio in corso),  
per tutti i popoli della terra chiamati a camminare insieme verso l’unità e la  
pace. Infine il Salmo 8; l’ho avvertito come una spinta prepotente verso l’Alto  
ma tenendo fissi gli occhi sull’uomo, su ogni uomo, su questi miei “fratelli  
Shuar” che sembrano così lontani da me per cultura e tradizioni ma che portano  
impressa in ciascuno di loro, proprio come me, l’immagine dell’unico Padre: “Se  
guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai  
fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te  
ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai  
coronato: gli hai dato potere nelle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto  
i suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli  
uccelli del cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare. O Signore,  
nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!”. In tante altre  
occasioni mi era capitato di sperimentare l’intensità e la profondità della  
preghiera di lode, ma credo che mai come adesso mi sono sentito davanti a Dio  
una sola voce con tutti questi miei fratelli e sorelle che, pur segnati da  
un’infinità di problemi a causa della loro mentalità e delle violenze subite da  
chi ha cercato di … civilizzarli e anche di … evangelizzarli, lodano Dio con la  
loro vita per il solo fatto di esistere: essi, come tutti, sono guardati dal  
Padre con un amore infinito e tenerissimo. Se vogliamo riconquistare il diritto  
di chiamarli “nostri fratelli” dobbiamo imparare a “guardarli” come Lui e,  
soprattutto, a “lasciarci guardare” da loro con quella intensità e schietteza  
che in questi ultimi giorni mi sta veramente disarmando! 
 
 
 
 
Yaupi, Misiòn Salesiana 
26 agosto 2001   ore 14.20 
 
    Qui la domenica non si differenzia molto dagli altri giorni! Così ci ha  
detto a tavola, mentre consumavamo insieme alle suore un pranzo un po’ più  
abbondante del solito, Sr. Elisa: è la più giovane della comunità, avendo appena  
trent’anni, e ha dovuto superare non poche difficoltà per adattarsi a vivere in  
un ambiente tanto diverso dal suo. Viene infatti da Cuenca ed è pertanto  
abituata al clima freddo delle Ande e … a tutto un altro modo di vivere, come  
succede spesso per le varie culture che convivono nell’Ecuador. Proprio non è  
stato facile adattarsi: diceva ancora a pranzo che ci son voluti ben due anni  
solo per apprendere la lingua shuar, avendo per un lungo periodo quasi rifiutato  
di addentrarsi in un’altra realtà, che sembra anche a noi veramente distante  
tantissimo dal modo comune di vivere. Eppure Sr. Elisa si presenta ora con una  
giovialità tipica di chi ha trovato la sua collocazione e vive nella libertà  
quanto le è stato chiesto. Le sono state senz’altro di aiuto le altre suore. 
    Sr. Rosa, più grande di lei di solo quattro anni, è una delle pochissime –  
appena quattro – suore salesiane Shuar e ha dovuto anche lei superare non poche  
difficoltà. Nella mentalità del suo popolo, infatti, una donna è tale se mette  
al mondo dei figli, possibilmente molti, fino a otto, dieci, dodici ed anche  
molti di più! Per fortuna –  mi raccontava ieri mentre abbiamo camminato a piedi  
per circa due ore e mezzo nella foresta per conoscere una “laguna” veramente  
splendida ma senza riuscire, purtroppo, a vedere i piccoli coccodrilli che in  
essa ancora vivono – non ci sono state obiezioni molto gravi nella sua famiglia,  
che dimora a Bomboiza in uno dei centri della Missione dove siamo stati la  
settimana scorsa. Ha un gran desiderio di visitare i numerosi villaggi sparsi  
nella “selva” (come qui è chiamata la foresta), ma finora solo due volte ha  
potuto rivivere direttamente e per poco tempo le caratteristiche del suo  
ambiente d’origine. La osservavo ieri, mentre siamo stati ospitati in una  
capanna Shuar per bere un po’ di … “chicha”, l’unica bevanda di questo popolo  
che sostituisce persino l’acqua e che proviene dalla “yuca” (manioca) masticata  
dalle donne per renderla più gustosa e poi messa a fermentare: era proprio a  
casa sua mentre ci mostrava il tetto di foglie intrecciate tanto abilmente da  
sembrare un ricamo, il letto di canne di bambù dove tutti trovano spazio  
riscaldandosi l’uno vicino all’altro e al massimo con qualche coperta, l’angolo  
della cucina che ora molti cominciano a porre in un’altra capanna, il tipico  
accostamento di tre tronchi con la brace sempre accesa per scacciare gli insetti  
e riscaldare la lunga notte quando la temperatura tende a scendere anche se non  
di molto. È stato più facile per me accettare di bere la “chicha” offertami  
dalla … padrona di casa, troppo giovane (almeno così mi è parso) per avere già  
dieci figli: la simpaticissima Sr. Rosa, che nella scuola della Missione oltre a  
insegnare psicologia e filosofia tiene anche un corso di “inculturazione”, era  
stata capace con il suo stile semplice e coinvolgente di predispormi nel modo  
migliore a compiere un gesto assai apprezzato presso la sua gente, anche se per  
noi compierlo resta sempre piuttosto difficile e imbarazzante! 
    Credo infine che chi sappia mantenere un buon clima nella comunità, tanto  
da trasmetterlo quasi subito a chiunque ne venga in contatto come è capitato a  
noi in questi giorni, sia proprio la madre superiora, Sr. Gladis. Quasi  
cinquantenne, l’avevamo già incontrata cinque anni fa a Sevilla don Bosco, ma  
allora non riuscimmo ad apprezzarla per gli scarsi contatti che avemmo con lei.  
Mi sembra una donna veramente eccezionale, che non solo è riuscita ad accettare  
il trasferimento a Yaupi – dove si trova da appena un anno – superando  
abbastanza bena il “trauma” che questo comporta per quanti sono abituati a  
vivere tra la gente (qui invece non esistono centri abitati se non a distanze  
incredibili!), ma ha avuto il grande merito di permettere a ciascuno dei membri  
della comunità religiosa di essere se stesso, nella più piena autenticità e  
libertà. Perciò, lo stesso rapporto con i ragazzi e le ragazze, che a turno  
restano alla Missione anche nel periodo delle vacanze, è sorprendentemente  
schietto e fraterno. Insomma una vera famiglia, dove nella povertà si impara a  
condividere tutto e a volersi bene. Verrebbe la voglia di dire: venite tutti a  
conoscere Yaupi! 
    Ieri sera abbiamo assicurato a Sr. Gladis che cercheremo di stare vicini,  
con il nostro contributo economico oltre che con l’affetto e la preghiera, a  
questa comunità perché possa essere assicurato alla Missione, attraverso un volo  
mensile organizzato dal Vicariato di Macas, il cibo e le medicine più urgenti  
per le gravi malattie qui ancora molto diffuse, come ad esempio il paludismo. Ho  
letto nei suoi occhi non solo la gratitudine, ma soprattutto la gioia e il  
sollievo: finalmente qualcosa comincia a muoversi! Non è tuttavia il passaggio  
dalla disperazione alla speranza quello che il suo cuore mi ha trasmesso alla  
fine della Messa, celebrata nella cappella la cui struttura in legno ricoperta  
di lamiera esprime tutta la povertà di questo luogo. No, al contrario è la  
certezza di chi si è abbandonato nelle mani di Dio con tutto se stesso e quando  
finalmente intravede un segno della Sua vicinanza non può che commuoversi ed  
esclamare, anche senza ricorrere alle parole: “sapevo che tu mi ascolti sempre,  
o Padre, ma ora che mi fai toccare con mano la tua Provvidenza tutto il mio  
essere ti dice semplicemente: grazie!”. 
    Mi preparo così alla celebrazione dell’Eucaristia in questa domenica …  
apparentemente normale. Le parole di Gesù, che oggi il Vangelo fa risuonare  
nelle affollate assemblee liturgiche così come in questa piccola e povera  
comunità: “sforzatevi di entrare per la porta stretta” (Lc 13, 24), sono per me  
un esplicito invito a seguire il Maestro senza esitazione, fino alla Croce. È  
questo il tesoro che oggi solennemente mi viene riconsegnato dai poveri, i veri  
ricchi nei confronti dei quali tutti siamo debitori. Non importa che la liturgia  
non sia curata in tutti i suoi aspetti, che gli abiti liturgici siano piuttosto  
trasandati, che sulla mensa si fermino insetti di ogni tipo mentre il gatto sale  
e scende dalla sede, che i canti non siano accompagnati dal suono dell’organo o  
della chitarra, che la cappella vecchia e con la luce fioca dia un senso di  
solitudine e quasi di tristezza. Questa sera, come sempre accade dovunque si  
celebra il mistero pasquale del Signore crocifisso e risorto, la misera storia  
di tanta povera gente sarà di nuovo raggiunta e trasformata dalla gloria di Dio,  
tanto splendente che pieni di stupore potremo esclamare: “ecco la dimora di Dio  
con gli uomini” (Ap 21, 3). Il Cielo sulla terra perché la terra diventi Cielo!:  
questo è il dono che il Padre fa ai suoi figli senza dimenticare nessuno,  
neppure quelli a prima vista più insignificanti come il vecchio signor Lucio che  
lavora qui alla Missione chissà da quanti anni e che oggi, essendo domenica, ha  
indossato l’abito pulito e ha dedicato un lunghissimo tempo alla preghiera e  
alla lettura. 
    Perché ci ostiniamo a credere che solo i potenti possono intervenire nella  
vicenda umana per modificarla e segnarla in modo incisivo? E perché ancora  
pensiamo che la stessa Chiesa sia condotta da quelli che sono più in vista? Qui  
ricevo la lezione, dura ma vera, che non ci sarà mai giustizia sulla terra né i  
cristiani percorreranno mai i sentieri della Nuova Evangelizzazione all’inizio  
del nuovo Millennio se non ripartiremo tutti insieme, con coraggio e umiltà,  
lasciandoci guidare dai più piccoli e dai più poveri. 
 
 
 
 
Yaupi, Misiòn Salesiana 
27 agosto 2001   ore 07.20 
 
    Dopo una notte interamente segnata da una pioggia torrenziale, che le  
pareti di legno mi hanno fedelmente trasmesso (ma qui giustamente dicono che se  
non piove per una settimana c’è da preoccuparsi, perché tutto poi comincerebbe a  
seccare), è finalmente ritornato il sole, il cui calore è forte e la cui luce è  
ancor più accecante, nonostante le nuvole non siano scomparse del tutto. Se il  
tempo si mantiene buono più tardi dovremmo ritornare a Macas con l’ “avioneta”  
dei Padri Salesiani: sapremo tra poco se e quando sarà possibile il volo, grazie  
alla radio rice-trasmittente, unico mezzo di comunicazione qui esistente. 
    Ieri sera abbiamo ricevuto un altro gran dono. Avevamo chiesto a Sr. Rosa  
di raccontarci la sua esperienza di Shuar che decide di diventare suora  
missionaria presso gli Shuar: ci ha detto delle cose interessantissime. Non  
potendo riprendere il tutto con la telecamera, a causa della mancanza di energia  
elettrica, siamo alla fine riusciti a registrare la sua storia con un vecchio  
registratore (in cui, purtroppo, rumori e fruscii prevalgono sui suoni!), da cui  
tento di fare la traduzione riportando il suo pensiero nel modo più fedele  
possibile: 
     
    Io mi chiamo Rosa Evangelina Chumpi, sono religiosa Shuar, della comunità  
delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Venni nel 1987 a studiare nella Missione di  
Bomboiza per cinque anni: lì le suore mi chiedevano se volevo diventare come  
loro. La cosa mi sembrava strana, essendo Shuar. Nel mio popolo, infatti,  non  
si capisce la vita religiosa e la consacrazione: la donna Shuar, secondo la  
nostra mentalità, deve generare ed è destinata solo ad avere figli. Tuttavia io  
ed altre ragazze Shuar abbiamo sentito che Dio ci chiedeva di collaborare per la  
crescita del Suo regno annunziando il Suo messaggio: la vocazione viene da Lui  
ed è Suo dono. Il mio desiderio, in realtà, era proprio quello di lavorare con  
le ragazze Shuar. Molte volte le suore non ci comprendevano e io mi chiedevo:  
quando ci sarà una Shuar che sia religiosa e che possa capirci, comprendendo ciò  
che pensiamo e desideriamo?  
    Devo dire che ho avuto molte difficoltà. I miei genitori mi hanno lasciata  
libera in questa decisione e anche le suore hanno permesso che io facessi questa  
esperienza religiosa, ma io mi buttai all’avventura senza sapere nulla di quanto  
mi aspettava! Non conoscevo la città, dovunque sentivo il cattivo odore della  
“gasolina”. Il primo impatto che mi costò molto fu vedere le case di cemento. Mi  
mancava molto la natura, il fiume dove fare il bagno. Non mi sentivo, come  
invece sempre ero stata, libera: lì ero tra le pareti di cemento, il cui odore  
mi procurava continuamente mal di testa, così come l’odore della “gasolina”. Mi  
sembrava di stare in … un altro mondo! Soffrivo molto, piangevo e mi domandavo:  
perché sono venuta qui? Non ci sono i miei alberi, il fiume, non posso gridare.  
Sentivo la mancanza del nostro cibo tipico: la “chicha”. Anche il clima era  
diverso: a Quito faceva molto freddo al mattino, era necessario un maglione di  
lana; l’uso Shuar, invece, è di spegnere subito il fuoco, appena ci si sveglia  
già prima dell’alba. Mi costava molto dovermi adattare a molte cose  
completamente nuove e così diverse! Le altre sorelle non comprendevano nulla  
della mia lingua, parlavano solo lo spagnolo; inoltre, io non ero abituata a  
parlare sottovoce. Ero stata sempre molto libera di esprimere anche la mia  
femminilità, con gioia e senza ipocrisie. Dico ora che è una grazia di Dio tutto  
ciò che ho dovuto affrontare e superare!  
    Per quattro anni ho fatto l’esperienza di vita religiosa ed erano tre mesi  
che chiedevo di fare la professione. Per mia sfortuna mi fecero viaggiare in  
aereo, da Macas a Quito: ricordo che, arrivata all’aereporto di Quito piangevo  
molto e tenevo stretta la mia valigia, temendo che la stessero rubando. Con le  
altre due ragazze Shuar, pur avendo molta pazienza nel doverci adattare a tanti  
cambiamenti, continuavamo a domandarci: perché siamo venute? Sempre ci  
ripetevamo: decidiamoci e torniamo a casa! Quando esprimevamo la nostra  
difficoltà ci rispondevano: aspettiamo ancora tre mesi e poi si deciderà per la  
professione. Quando sono passati i tre mesi non è successo nulla. Quello che più  
ci costava – non ho nulla contro la Congregazione, riconosco che si tratta di un  
problema culturale – è che ci chiedevano di cambiare totalmente il nostro modo  
di vivere e di pensare. Parlare, ascoltare, comunicare: ogni nostra reazione era  
studiata e analizzata, per poter essere poi trasformata. Così passarono quattro  
anni e alla fine sempre ci dicevano che non eravamo fatte per la consacrazione,  
per la vita religiosa. Ma io continuavo a sentire dentro di me che Dio mi  
chiamava, anche se attorno a me tutti mi ripetevano che una donna Shuar non può  
vivere la castità. Mi osservavano come guardavo gli uomini. Era una sofferenza  
grande per noi! Tuttavia arrivammo al noviziato, anche se continuavano a  
rimandare la decisione per la professione religiosa. La maestra delle novizie  
rimaneva impressionata per il nostro comportamento: le reazioni spontanee e  
naturali, il carattere primario così tipico della nostra cultura, il bisogno di  
gioire e manifestare anche ad alta voce la propria allegria, tutto sembrava  
essere proprio all’opposto di quanto ci veniva chiesto. Noi continuavamo a  
soffrire per la violenza che stavamo subendo, senza però rendercene conto fino  
in fondo: per realizzare quanto sentivamo nel cuore e che veniva da Dio avremmo  
dovuto rinunciare completamente a ciò che eravamo e che Dio stesso ci aveva  
donato! Continuavamo a pensare che forse dovevamo tornare alla nostra vita di  
prima.  
    Fu un sacerdote italiano ad aprirci gli occhi e ad illuminare i nostri  
cuori: non dovete affatto – mi disse quando gli confidai la mia situazione –  
cambiare il vostro modo di essere, anzi Dio vi chiama proprio così, nella vostra  
condizione di esseri umani appartenenti a un popolo particolare, al quale  
porterete il suo Amore con la vostra testimonianza e il vostro servizio. Facemmo  
finalmente la professione il cinque di agosto, una data importante per il nostro  
Istituto. E da allora ho potuto vivere la mia esperienza di consacrata Shuar con  
grande gioia e dedizione. Chiaramente, i problemi non sono finiti e sicuramente  
ci saranno ancora. Ma io mi sono proposta di … essere me stessa e aiutare il mio  
popolo e in particolare i ragazzi e le ragazze, con cui sono a contatto più  
frequentemente, a recuperare la propria dignità e libertà: condivido tutto con  
loro, il gioco e il lavoro, lo studio e le sofferenze, soprattutto cerco di  
trasmettere sempre la voglia di non arrendersi mai, nemmeno dinanzi alle più  
gravi difficoltà. Solo così potremo veramente vivere da figli di Dio e insieme  
volerci bene da fratelli, senza vergognarci delle nostre origini e della nostra  
antica e preziosa cultura.  
 
 
    Anche Sr. Elisa, dopo numerose insistenze, ci ha lasciato (sempre tramite  
quel registratore molto rudimentale) un breve ma non meno significativo  
messaggio, che colgo come un forte invito, indirizzato in particolare ai  
giovani, a non aver paura di fare nella loro vita scelte coraggiose e radicali e  
che ora provo a tradurre: 
 
    Buona sera, cari amici italiani. Vi parla Sr. Elisa dall’Ecuador. Vi saluto  
cordialmente: qui in Ecuador siamo un popolo molto accogliente e ospitale. Sono  
una religiosa di origine Azuay, un posto a due ore da Cuenca. Da otto anni sono  
suora salesiana.  
    Mi hanno destinato per obbedienza a Yaupi e questo l’ho accettato,  
all’inizio, con molta gioia. La sorpresa che ho avuta quando sono arrivata a  
Yaupi è stata grande: la immaginavo tutta in un altro modo. Niente rassomigliava  
al mio paese. Ho dovuto superare molti ostacoli con la forza di volontà.  
Innanzitutto la lingua: non la comprendevo per nulla e questa è una difficoltà  
molto grande per poter comunicare con le persone. E poi l’ambiente, la natura:  
ho dovuto vincere tante paure e certi pericoli che presenta l’Oriente  
ecuatoriano. Ora però mi trovo ben inserita in quest’ambiente: comprendo la  
gente e l’aiuto.  
    In realtà non posso aiutarla molto: non posso venire incontro a tutti i  
bisogni perché la cultura è completamente diversa. Questo per me è motivo di  
grande sofferenza, perché sono religiosa e questa è la mia vocazione: aiutare  
gli altri e non pensare a me stessa. Quello che mi ha colpito qui è la bellezza  
della natura, la ricchezza della fauna e della flora: non la si può immaginare,  
occorrerebbe vederla. Sono contenta perché qui posso far felici gli altri,  
almeno un po’! Ciao a tutti. 
 
 
 
    Ma prima ancora, quando nel pomeriggio ancora la telecamera era … a nostro  
servizio, Sr. Gladis ci ha spiegato in che consiste il lavoro delle suore, quali  
siano i loro obiettivi e le maggiori difficoltà che incontrano. Quanto ci ha  
detto mi è parso molto utile per comprendere meglio una realtà così distante  
dalla nostra, per cui riporto volentieri i passi più importanti del suo  
intervento: 
 
    Sono ecuatoriana, mi chiamo Sr. Gladis Maddalena Ruiz, la mia terra è la  
provincia dell’Imbavura. Sono entrata nella Congregazione Salesiana a venti anni  
e ho già diciannove anni di professione. Sto lavorando nell’Oriente ormai da  
quindici anni: sempre mi è piaciuto lavorare nelle missioni. Attualmente lavoro  
con gli Shuar, in particolare con gli adolescenti: il nostro carisma, infatti, è  
quello educativo. Sono stata a Bomboiza sette anni, a Sevilla don Bosco otto  
anni e qui è da un anno che sto lavorando.  
    In questa comunità siamo quattro suore, relativamente poche per il lavoro  
che realizziamo. Teniamo il baccellierato, dal primo al sesto corso con una  
settantina di alunni, con una media più o meno di dieci alunni per corso.  
Potremmo tenerne di più, ma le distanze che devono percorrere questi giovani  
sono approssimativamente di un’ora di cammino a piedi. I ragazzi e le ragazze  
sono interni, soprattutto i più lontani: quest’anno abbiamo concluso l’anno con  
ventiquattro ragazze e quattordici ragazzi interni, mentre tutti quelli che  
frequentano la scuola sono circa settanta. Ancora, lavoriamo nel campo  
dell’evangelizzazione, partecipiamo alla catechesi della parrocchia, siamo  
impegnati nella promozione della donna, la formazione dei catechisti e  
accompagniamo gli operatori della pastorale shuar, che sono gli “etzerin” e gli  
“aturkatin” (lettori e accoliti) che aiutano le comunità: la Missione di Yaupi  
ha nella foresta ben nove centri.  
    Qui ancora, oltre l’educazione che diamo ai ragazzi, teniamo un piccolo  
negozio con alcune medicine per le malattie che ci sono in questa zona. Tra  
quelle qui più diffuse c’è il paludismo e, molto marcata soprattutto  
nell’infanzia e nell’adolescenza e talvolta anche nell’età adulta, la  
denutrizione dovuta a un nutrimento molto scarso fatto solo di “yuca”, di  
“platano” (banana) e di ciò che si trova in questi luoghi, ma questo non è  
sufficiente per alimentarsi. Queste sono le cause per cui è molto facile qui  
ammalarsi di varie malattie. Gli abitanti si dedicano all’agricoltura:  
l’ambiente sembra esuberante e la vegetazione ricca potrebbe far credere che si  
produce molto; tuttavia la terra non è fertile, il terreno è troppo debole per  
una buona seminagione; si pratica la coltivazione ciclica, ma a volte bisogna  
aspettare anche cinque o sei anni per recuperare quest’humus. Inoltre l’aumento  
della popolazione ha fatto sì che si sia ridotta la possibilità di disporre di  
terra sufficiente: così, nonostante l’estensione immensa di queste terre,  
l’alimentazione va impoverendosi sempre di più!  
    Visitiamo, infine, i centri per arrivare alle famiglie e così conoscere da  
vicino e più direttamente la realtà di ognuno delle nostre giovani: solo se ci  
conosciamo può incrementarsi la fraternità e possiamo offrire un aiuto migliore.  
Noi siamo felici di poter lavorare a fianco di questi ragazzi e ragazze,  
condividendo la loro stessa vita. 
 
 
 
 
Macas, Casa del Vescovo 
28 agosto 2001   ore 21.00 
 
    Si ritorna a Bomboiza! Domani affronteremo di nuovo questo lungo viaggio  
per fare ritorno alla Missione da dove siamo andati via in fretta e furia. Pare  
infatti che le acque si siano calmate, almeno un po’. Resta comunque il  
problema, che in questi ultimi due giorni abbiamo cercato di capire meglio. Si  
tratta della questione della “territorialità”, come qui viene chiamato il  
problema della terra e del relativo diritto di proprietà. 
    Gli Shuar reclamano questo diritto appellandosi al principio della  
“ancestralità”, ci spiegava questa mattina P. Segundo, che solo la notte scorsa  
è ritornato da Bomboiza (alle tre!) ed è già pronto a ripartire con il suo  
solito sorriso che certo non è di circostanza: anticamente questa terra era  
tutta degli Shuar, ma poi è stata un poco alla volta invasa dai coloni che,  
venendo dalla “sierra” (che qui indica la catena delle Ande, con minori  
possibilità di vita agiata e di sviluppo), si sono insediati sempre più in  
queste zone ricche di vegetazione e di risorse naturali, diventandone padroni e  
trasformandole secondo i propri interessi. Anche gli Shuar, s’intende, sono  
riconosciuti come proprietari delle terre in cui vivono, ma non ciascun  
capofamiglia individualmente preso, come a noi sembrerebbe più logico. Al  
contrario, il titolo di proprietà appartiene a tutto il gruppo che vive in un  
centro, anticamente ad esso assegnato dai missionari perché nella loro cultura  
non esisteva tale diritto se non come realtà che di fatto sanciva un’ampia zona,  
occupata finché non ci si spostasse altrove. 
    La questione è piuttosto complicata, sia nelle sue origini che nei suoi  
sviluppi, ma non può e non deve essere considerata con superficialità, essendo  
proprio questa a generare conflitti in varie parti del mondo, come in Israele,  
nella ex-Iugoslavia, ecc. C’è poi da aggiungere la presenza della Chiesa: ai  
Padri Salesiani a suo tempo fu affidata non solo la cura pastorale dell’Oriente  
ecuatoriano (l’inizio della foresta amazzonica, dove appunto vivono gli Shuar)  
ma anche, in certo qual modo, l’amministrazione della vita sociale fino ad  
essere considerati i titolari di tale estesa proprietà davanti allo Stato.  
Certo, essi hanno avuto il merito indiscutibile, come in altre zone dell’America  
Latina è accaduto con altri gruppi indigeni, di aver promosso e avviato la  
coscientizzazione di questo popolo, perché diventasse finalmente soggetto  
responsabile delle proprie azioni e della vita economica e politica della  
comunità: la Federazione Shuar, nata con questo preciso obiettivo, raccoglie  
infatti le istanze e le prospettive di tale paziente e difficoltosissimo compito  
educativo. Tuttavia oggi è proprio tale Federazione, o almeno la sua parte più  
forte, ad alzare la voce e a reclamare come propria la terra in cui vivono i  
coloni e (pare che il problema non riguardi solo Bomboiza) gli stessi  
missionari. 
    Cosa succederà? È difficile dirlo ed è triste pensare al rischio,  
tutt’altro che ipotetico, di un’invasione sempre più massiccia da parte di  
gruppi e organizzazioni per niente preoccupate di salvaguardare l’identità delle  
popolazioni indigene. Saprà la Chiesa farsi non solo portavoce ma soprattutto  
promotrice di una giusta autonomia, a cui anche il popolo Shuar ha diritto? 
    “È vero che siamo un popolo … adolescente –  ci confidava ieri sera  
aprendoci con ancora più libertà il suo animo di Shuar Sr. Rosa venuta con noi a  
Macas per una visita medica (privilegio che la fa sentire troppo “ricca!” nei  
confronti della sua gente che, quando si ammala, non ha nemmeno la possibilità  
di ricorrere a medicinali appropriati) –  ma ci hanno fatto diventare così a  
causa anche di una certa impostazione dell’azione evangelizzatrice, che oggi non  
è più condivisa ma le cui conseguenze ancora lasciano il segno: ci hanno educati  
– continuava con amarezza a spiegarci questa piccola … grande suora che ci ha  
condotti per mano nella comprensione di un mondo misterioso e affascinante – a  
dipendere più che a maturare nella libertà e a ricevere senza poi restituire.  
Voler oggi cambiare le cose non è né facile né sicuro”. Confesso che, mentre  
l’ascoltavo con interesse e passione, avvertivo nel cuore un forte e intenso  
fremito di condivisione fin quasi alla ribellione di fronte a una realtà che  
pesa quanto un macigno. “Vorrei lavorare molto con i giovani – ha concluso Sr.  
Rosa, mentre il suo volto riprendeva quel sorriso così sincero e profondo che  
può nascere solo da una speranza grande e ben radicata – perché non cedano alla  
tentazione di farsi manipolare politicamente da gruppi faziosi, come purtroppo  
sta già accadendo: dobbiamo ritrovare la nostra unità ed assumerci le nostre  
responsabilità a tutti i livelli, sia nei rapporti tra famiglie (i matrimoni  
avvengono ancora tra cugini figli di fratello e sorella, ma quante tensioni tra  
i vari gruppi familiari!) sia nei rapporti con il mondo tecnologizzato che tende  
ad assorbirci fino all’annientamento”. Alla fine del suo appassionato intervento  
mi sono sentito veramente un tutt’uno con questo popolo terribilmente in  
difficoltà e, salutandola, non ho potuto evitare di esclamare: “viva il popolo  
Shuar”. I suoi occhi, senza perdere quella venatura di tristezza che li rende  
ancora più incisivi, si sono all’improvviso illuminati, quasi percependo con  
quell’intuito tipicamente femminile che la caratterizza la comunione di spirito  
che si era creata. Ci siamo lasciati così, nella speranza di rivederci più tardi  
per riprendere il discorso. Purtroppo questa sera, quando siamo andati a  
salutarla, una suora ci ha detto che Sr. Rosa era andata da una sua sorella e  
che non sarebbe tornata prima di domani. Dunque, non potremo rivederci. Mi  
dispiace non poterle dire tutto ciò che le sue parole hanno suscitato nel mio  
animo. Devo accontentarmi di quello sguardo, difficilmente dimenticabile, che  
porterò con me come segno di speranza in una lotta dura e lunga. Ma forse è  
proprio quello che conta di più e che devo meglio imparare a decifrare: non è  
infatti vero che solo fissando il volto sfigurato del Crocifisso, impresso nei  
propri fratelli, che si può contemplare il volto stesso di Dio? 
 
 
 
ore 04.10 
 
    Tra poco più di un’ora celebreremo la Messa e poi ci rimetteremo in  
viaggio. Le parole di Sr. Rosa mi hanno svegliato, ancora una volta, in  
anticipo: “credono di conoscerci perché ci hanno studiato e classificato per  
sempre, come se non potessimo evolverci”. Che grande rischio corriamo quando ci  
avviciniamo a chi è diverso da noi (e chi non lo è?), presumendo di conoscerlo  
una volta per sempre. Forza, Sr. Rosa, non ti scoraggiare! La tua speciale  
vocazione, quella che hai ricevuto dal Signore e che con tanta tenacia …  
evangelica hai cercato di far accettare a chi pensava che una Shuar non potrebbe  
mai fare una scelta tanto impegnativa, è un dono immenso di cui ha bisogno (al  
di là di ogni tua immaginazione) non solo il tuo popolo. 
    Verrà il giorno in cui queste umilianti discriminazioni cesseranno, i  
vergognosi pregiudizi saranno cancellati, tutti potranno liberamente guardarsi  
negli occhi e riconoscersi per quello che realmente sono. Verrà quel giorno che  
porterà pace e giustizia al popolo Shuar e a tutti i popoli della terra. Verrà  
se quelli come te non si arrenderanno e sapranno, con la loro provocatoria  
testimonianza, scuotere le nostre coscienze e rendere inquieto il nostro sonno,  
tante volte fin troppo tranquillo. Verrà quel giorno … o si tratta piuttosto di  
un sogno impossibile? Se pure tutti mi dicessero che è così, io non cesserei di  
scrutare nel buio della notte i primi pallidi segnali dell’alba che si annuncia  
ancora lontana, ma che sicuramente verrà. Non è questo che ho letto sul tuo  
volto e che ha scosso così tanto la mia coscienza? 
    Sogniamo insieme, allora! Il nostro sogno, quello più difficile perché  
fatto ad occhi aperti, sarà così più simile a quello di Dio. E se non vi ha  
rinunciato Lui, nonostante tutte le evidenze contrarie, perché dovremmo  
rinunciarvi noi? Potremmo chiudere gli occhi dinanzi a quanto ora già brilla  
nella nostra mente e nel nostro cuore? Assolutamente no! Addio, carissima Sr.  
Rosa, e … “viva il popolo Shuar!”. 
 
 
 
 
Bomboiza, Misiòn Salesiana 
30 agosto 2001   ore 20.55 
 
    Carissima Maria, 
    forse in tutta la tua vita mai nessuno ha sentito il bisogno di scriverti  
una lettera, come invece capita a me questa sera prima di andare a letto. Tengo  
fissa nella mente e nel cuore l’immagine del tuo corpo infermo che questa  
mattina, quando siamo entrati nella tua abitazione, mi ha lasciato senza fiato.  
Non era la prima volta che entravo in una casa Shuar e avevo già avuto modo di  
familiarizzare nei giorni scorsi con ciò che la caratterizza, ma vederti lì in  
un angolo su quel letto di canne, con uno straccio che fungeva da materasso e  
altri da cuscino, mi ha letteralmente sconvolto. Non so spiegarmi il perché, ma  
mi sono sentito subito attratto verso di te, nonostante tutto attorno a me  
sapesse di disordine e di miseria. Insieme a P. Segundo ti ho stretto la mano,  
deformata dall’artrosi come le ginocchia che ora non puoi più stendere. Le  
parole mi si sono fermate in gola e non sono stato capace di fare altro che di  
sorriderti, ma tu mi hai guardato con il tuo sguardo sofferente senza riuscire a  
ricambiarmi allo stesso modo. E come avresti potuto donarmi il tuo sorriso,  
quando la malattia ti sta consumando ormai da più di dieci anni, mostrandoti  
tanto più vecchia dei tuoi nemmeno settanta anni? Nessun ospedale per te,  
nessuna cura per alleviare almeno un po’ i tuoi terribili dolori, nessuna  
accortenza particolare per farti sentire meno sola nella tua angosciante  
situazione: lì stai, giorno e notte, con quella voce fioca e stanca che ci ha  
segnalato la tua presenza mentre ti cercavamo tra le case di altra povera gente  
come te. Quanta povertà ti circonda! 
    Lungo la strada, percorsa in jeep per visitare alcuni dei circa trenta  
centri di comunità Shuar che compongono la Missione di Bomboiza, abbiamo anche  
visto piccoli villaggi abitati dai coloni, che sono venuti qui dalle montagne  
prrprio in cerca di terra buona per poter sopravvivere. Ma quanta povertà anche  
lì! Non ne parliamo poi delle strade per arrivare fin da voi: mi sembrano fatte  
apposta per marcare ancora di più la differenza tra noi e voi, tra fortunati e  
sfortunati, tra ricchi e poveri. 
    Già, ma a te cosa importa tutto quello che sto dicendo? Tu resti lì col tuo  
dolore, aspettando i giorni che passano uno dopo l’altro, tutti uguali fino  
all’ultimo quando finalmente troverai quel riposo che ora non conosci affatto.  
Mi hai commosso mentre seguivi le preghiere e i canti che P. Segundo intonava  
per te in lingua Shuar, trasformando quella misera capanna in un tempio  
bellissimo e sontuoso più delle basiliche romane. Ho pensato a Gesù, che tante  
volte si è chinato sui paralitici per sanarli e far loro sentire tutto l’amore  
del Padre. Mi sembrava quasi che fosse lui a parlarti, a raccomandarti al Padre  
e a benedirti sulla fronte con quel poco d’acqua che abbiamo trovato in una  
sudicia bottiglia. Avrei voluto baciarti, abbracciarti, stringerti forte per  
farti sentire il mio cuore che mi semrava battesse quasi all’unisono con il tuo.  
Invece sono rimasto in silenzio, ancor più sbalordito quando hai fatto un lieve  
cenno di assenso con il capo alla proposta di P. Segundo di offrire queste tue  
sofferenze non solo per i missionari ma anche per me, venuto a farti visita da  
tanto lontano. Che gran dono mi hai fatto! Hai offerto tutto quello che avevi,  
la tua stessa vita, proprio come la vedova del Vangelo.  
    Grazie, Maria, perché oggi tu, forse senza nemmeno saperlo, mi hai  
evangelizzato, come solo i poveri possono fare quando pongono la loro povertà  
nelle mani di Dio, completamente. Non so quanto ancora ti resta da vivere, ma  
sono certo che alla fine sarai accolta, come il povero Lazzaro, nel seno di  
Abramo e tu stessa ti meraviglierai, scoprendo quanto sei stata importante  
davanti al Signore. Forse solo allora potrai capire il bene immenso che mi hai  
fatto, nonostante il tempo brevissimo del nostro incontro sulla terra. E  
finalmente potremo stare vicini, senza più queste terribili differenze che  
privilegiano alcuni e discriminano altri: canteremo per sempre le lodi  
dell’Altissimo insieme, come non siamo riusciti a fare qui su questa terra.  
Addio, Maria, e continua a pregare per me! Mi sentirò meno solo e … meno povero 
tuo fratello 
padre Franco 
 
P.S.    Perdonami se nemmeno io riesco a inviarti questa lettera, ma spero di  
potertela leggere personalmente in Paradiso. Nel frattempo cercherò di  
prepararmi a quell’incontro, lottando con tutto me stesso perché gli uomini  
vivano più da fratelli. Solo la giustizia e la pace, infatti, possono rendere  
questo mondo una vera anticipazione di quello futuro. E solo l’accoglienza  
dell’altro come fratello potrà alla fine consentirci di ritrovare noi stessi,  
per predisporci a contemplare in eterno il volto splendente di Dio. 
 
 
 
 
Bomboiza, Misiòn Salesiana 
31 agosto 2001   ore 17.00 
 
    Che esperienza indimenticabile quella che abbiamo vissuta oggi! P. Segundo  
ha voluto farci provare, almeno un po’, cosa significa mettersi in cammino per  
andare a visitare i centri dove vivono le comunità Shuar. Quelli più lontani  
sono distanti dalla Missione circa sette ore a piedi. Noi non siamo arrivati fin  
lì, ma a me è sembrato che poco ci mancasse. Tre ore di cammino a piedi: il  
primo tratto su una strada rovinata dal fango e dai massi (uno veramente  
enorme!) caduti per la pioggia; quindi ci siamo inoltrati nella foresta  
attraverso sentieri irti di ostacoli di ogni tipo, dalla melma insidiosa ai  
dirupi pericolosi e poi ancora al fiume profondo ben diciotto metri, affiancato  
da due alti costoni di montagna che è possibile superare solo attraverso una  
piccola gabbia di ferro chiamata “tarabita”, affidata a due carrucole e … alla  
buona volontà di chi tira la corda per trasportare non più di due passeggeri per  
volta. Lungo la strada più volte abbiamo dovuto fare una piccola sosta, a causa  
del caldo che si avvertiva nonostante le nuvole tenessero nascosto il sole. P.  
Segundo ci ha invitati a mangiare dell’ottima e sugosa frutta alquanto simile ai  
nostri agrumi, mentre mancava ancora una buona ora per giungere al centro a cui  
eravamo diretti: così la natura offre la sua ricompensa a chi si avvicina ad  
essa per imparare a conoscerla e non per distruggerla. Mentre le forze  
cominciavano a venir meno, senza sapere che eravamo quasi arrivati a  
destinazione continuando a salire la montagna, ho pensato a quello che stavamo  
facendo e al suo significato: tanto sacrificio solo per andare a visitare una  
comunità, cioè delle persone, oltretutto così ignorate se non addirittura  
considerate meno sviluppate e dunque, pur senza ammetterlo esplicitamente, di  
fatto meno importanti di noi. Che cosa fa l’amore! Fa muovere per andare in  
cerca dell’altro, ovunque sia, e dà la spinta necessaria per superare ogni  
ostacolo al di là di quanto si possa immaginare. Ho ringraziato nel mio cuore,  
con quel po’ di forza che mi restava, i Missionari e in particolare P. Segundo:  
con la loro vita – peccato che spesso resti nascosta! – diventano un esempio per  
ognuno di noi, tutti chiamati ogni giorno a metterci in cammino per andare  
incontro all’altro, spesso così vicino ma tenuto lontano da ostacoli anche  
maggiori di quelli che io oggi ho dovuto affrontare. 
    Quello che mi aspettava lassù è un dono che considero una vera grazia del  
Signore per la mia vita di prete, che potrebbe cominciare a risentire di un po’  
stanchezza per la strada già percorsa e a correre il rischio di perdere  
l’entusiasmo. In realtà, non abbiamo fatto niente di speciale: il diacono  
permanente che guida questa comunità era fuori per lavoro (siamo arrivati a  
mezzogiorno) e oltre a scambiare poche parole con chi ci è venuto incontro non  
abbiamo potuto fare altro, a causa del tempo che cominciava a mettersi male  
minacciando la pioggia, che quando qui arriva – così ci hanno detto – è  
insistente e pericolosa. Ma quei bambini che ci ronzolavano attornohanno  
attirato, come sempre, la mia attenzione: piccoli di statura, a piedi nudi,  
sporchi e trasandati, ma incuriositi e tutti con un volto fortemente espressivo.  
Uno in particolare ha timidamente accettato di comunicare con me, prima  
facendomi vedere come portava sulle spalle un bimbo più piccolo che ho pensato  
fosse un suo fratellino e poi avvicinandosi per farsi riprendere dalla  
telecamera di Raffaele. Gli ho chiesto, come di consueto, il nome e l’età: credo  
si chiami Freddy Roland ed ha sette anni, ma a me aveva dato l’impressione di  
averne solo quattro o cinque. Finalmente mi ha sorriso! E come potrò dimenticare  
quel suo volto che, all’improvviso, mi è parso quasi luminoso? L’ho abbracciato,  
l’ho baciato sulle guance e sul capo, l’ho tenuto stretto per il breve tratto di  
strada percorso insieme e non ho smesso di rispondere al suo saluto man mano che  
ci allontanavamo. Ecco, qualcuno potrebbe dirmi: siete andati fin lassù per  
niente. Gli risponderei subito: siamo andati fin lassù per ricevere il sorriso  
di Freddy! Non è sufficiente? Tanto cammino solo per incontrare un ragazzino, la  
cui vita per un breve ma intensissimo attimo si è incrociata con la mia: questo  
è l’amore. Qui, proprio qui, io ho incontrato il Signore … e mi ha sorriso! 
    Il viaggio di ritorno, intanto, stava per riservarci altre sorprese. La  
pioggia infatti, come era stato annunciato da Luis Pedro che ci ha fatto da  
guida dovendo recarsi a Sucùa, vicino a Macas, si è fatta ben sentire e non ci  
ha lasciato neppure un istante. Due ore e mezza di cammino – meno dell’andata,  
forse perché spinti dalla preoccupazione di non potercela fare – sotto la  
pioggia, che è diventata sempre più insistente fino a farsi alla fine  
addirittura torrenziale. Camminavamo con gli abiti inzuppati d’acqua,  
percorrendo sentieri che diventavano man mano sempre più scivolosi e pericolosi.  
Confesso che a un certo punto mi son lasciato prendere dalla paura: acqua da  
tutte le parti, i piedi infossati nel fango con il rischio tutt’altro che  
ipotetico di caderci dentro, la pioggia che non cessava neppure per un istante.  
È stato, tuttavia, solo un attimo. Immediatamente ho cercato di riconciliarmi  
con la natura nella quale, insieme ai miei compagni di ventura, ero del tutto  
immerso e ho pensato che ogni cosa ha il suo valore e la sua funzione e che  
tutto è al servizio degli esseri umani perché ne possiamo godere, se però ce ne  
rendiamo conto e lo accettiamo. E così è stato. Tutto è cambiato attorno a me:  
intendiamoci, non che la pioggia sia cessata o che all’improvviso io sia  
diventato un grande atleta, tutt’altro! Solo che ho sentito in me il bene che  
quell’acqua, vera e propria benedizione del Cielo, stava procurando alla natura  
che mi circondava e ne ho goduto, almeno un poco, anch’io. L’ultimo tratto è  
stato in realtà … drammatico: una buona mezz’ora di pioggia insistente fin quasi  
a far male quando toccava le parti scoperte del corpo, che oramai era diventato  
un tutt’uno con gli abiti mentre i gambali erano anch’essi pieni d’acqua. Mi  
sono, però, ricordato di S. Francesco e del suo profondissimo amore per la  
natura, che lo ha spinto più volte a passare lunghi periodi al freddo e al gelo:  
non avevo finora mai accettato fino in fondo quel suo modo di fare, che in  
verità era rimasto per me alquanto stravagante. Ora invece capisco bene che cosa  
significa sentirsi in compagnia di tutti gli elementi della natura, anch’essi  
fratelli e sorelle donatici dal Padre di tutti. Ho benedetto Iddio per  
quell’acqua che mi veniva addosso sempre con più forza e mi sono sentito anch’io  
un po’ folle, come S. Francesco. È la follia di chi, scoprendo in tutto un dono  
dell’Amore che mai cessa di riversarsi con abbondanza, si sente rinato e vuole  
offrire anche agli altri quello che ha ricevuto. 
    Appunto come i “cinque pani” – proprio così! – che giunti alla jeep abbiamo  
diviso con Luis Pedro, mentre il mio animo e anche il mio corpo era pronto a  
fargli spazio perché facesse con noi un tratto di strada in macchina. Nemmeno  
quell’odore forte e nauseabondo tipico di molti Shuar (non so se dovuto alla  
“chicha” o al trago, un pessimo liquore con cui tutti si ubriacano) è riuscito a  
tenerlo lontano da me: veramente era successo nel mio intimo qualcosa di  
incredibile e sconvolgente. Cosa fa l’amore quando da sentimento momentaneo e da  
emozione passeggere si trasforma in scelta definitiva di vita. Ma … quanto  
costa! 
 
 
 
 
 
Bomboiza, Misòon Salesiana 
01 settembre 2001   ore 08.15 
 
    La stanchezza della … passeggiata di ieri si fa sentire ancora, tanto che  
questa mattina restiamo in casa per riposare, prima di affrontare di nuovo un  
lungo viaggio di sei o sette ore, per ritornare a Cuenca e da lì lunedì prossimo  
ripartire per Quito. Tuttavia anche questa notte i cani, che non possono mai  
mancare in luoghi così aperti e incontrollabili, mi hanno tenuto compagnia con  
il loro abbaiare quasi ininterrotto e con una corsa frenetica, bene amplificata,  
su e giù per la struttura di legno. Verso le cinque, come in quasi tutti gli  
altri giorni, mi sono alzato per pregare mentre era ancora tutto buio. Mi ha  
colpito in modo particolare il brano patristico, che già tante altre volte avevo  
letto e meditato, proposto dall’Ufficio delle Letture per oggi. Il testo di S.  
Giovanni Crisostomo, a cui il breviario dà il titolo “Adorna il tempio, ma non  
trascurare i poveri”, riletto in questo luogo e dopo tutto quello che i miei  
occhi hanno visto e il mio cuore ha accolto, acquista un significato più forte e  
diventa un appello molto esigente che porto via con me, ma che vorrei risuonasse  
anche per la mia comunità parrocchiale e per ogni credente. Lo trascrivo per  
intero, sottolineando le espressioni che custodisco in me come un’eco del grido  
dei poveri che sale da questa bella e martoriata terra in attesa di liberazione: 
 
Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo  
nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui  
in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il  
freddo e la nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, confermando il  
fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato  
da mangiare (cfr. Mt 25, 35) e ogni volta che non avete fatto questa cose a uno  
dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il  
corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime  
pure; mentre quello che sta fuori, ha bisogno di molta cura. 
Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore  
più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui  
stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo  
impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia.  
Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri  
beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime  
d’oro. 
Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi  
scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio infatti  
accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato  
ai poveri. 
Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi  
riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è  
elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è  
piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima  
sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli  
offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è  
di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito  
necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo  
necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti  
ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi  uno  
coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli  
innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe  
forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce? 
Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un  
tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le  
pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle  
lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo  
non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a  
offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio,  
perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non  
aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato  
alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre  
adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre.  
Questi è un tempio vivo più prezioso di quello. 
(dalle “Omelie sul vangelo di Matteo” di san Giovanni Crisostomo, vescovo)&nbs